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Dall’Etiopia il racconto di Cristina Angelini, psicoteraupeta, su accoglienza e comunicazione alle donne che necessitano di supporto psicologico.
Che succede nel cervello di chi ha avuto traumi così gravi? Si disorganizza. La memoria può essere compromessa, così come la coerenza del linguaggio; il cervello si assesta su un allarme continuo…
Il progetto per l’empowerment economico delle donne ci vede fornire assistenza tecnica ai partner etiopi sull’approccio di genere e l’approccio integrato alla creazione d’impresa.

 

RACCONTO DAL CAMPO

Storie di altre latitudini

Addis Ababa è sotto la pioggia torrenziale dei monsoni. Particolarmente intensi quest’anno.
Sono venuta in Etiopia per lavorare con lo staff di WISE – Women in Self Employment -partner di AIDOS – Associazione Italiana Donne per lo Sviluppo – nel progetto “Ponti: inclusione sociale ed economica, giovani e donne, innovazione e diaspore”. Nell’ultimo giorno di formazione per lo staff del centro per lo sviluppo di microimprese al femminile, organizziamo un gruppo con alcune donne, sono quelle più bisognose, con le storie più complicate, sono coloro che hanno bisogno di un aiuto psicologico, altrimenti non riusciranno a beneficiare delle opportunità che offre il progetto. Abbiamo fatto un training proprio su come comunicare con queste donne, quelle che a volte sembrano non capire, quelle che appaiono distratte, che non arrivano in tempo al training e che sembrano quasi le peggiori nemiche di se stesse. Arrivano 8 donne di età diverse, due con bambini piccoli al seguito. Ci presentiamo. Spieghiamo che inizierà quest’attività di gruppo alla quale potranno partecipare gratuitamente accanto ai training di formazione. Io sarò presente solo a questo primo incontro, la psicologa e le counsellor invece saranno lì e le incontreranno una volta alla settimana.

Le storie…

Ognuna inizia a raccontare la propria storia di altre latitudini. Molte sono sieropositive. La maggior parte ha subito violenza sessuale, spesso da ragazzine. Una è stata cacciata di casa dalla moglie del padre quando aveva 13 anni, ha vissuto per strada e si è prostituita, poi è rimasta incinta; ha quindi cercato disperate soluzioni per uscire da questa situazione, per lasciare la vita di strada. E’ molto giovane ma col viso avvizzito di una persona anziana. Altre sono “returnees”, ovvero ritornate dopo essere emigrate e aver lavorato come domestiche nei paesi arabi, di solito in condizioni di semi-schiavitù, soggette ad abusi di ogni tipo e praticamente prive di diritti. Un’altra ha perso entrambi i figli per malattia, è stata abbandonata dal marito, ha vissuto vendendo la ningera (il pane tipico etiope) per strada guadagnando appena di che sostentarsi. Quando i bambini si sono ammalati non aveva alcuna risorsa né per chiamare un medico né per procurarsi delle medicine. Lei è quella che sta peggio. Non ha più ragioni per vivere. Queste utenti “difficili”, che non capiscono, che sono svagate e distratte, che si scordano tutto…

Che succede nel cervello di chi ha avuto traumi così gravi? Si disorganizza. La memoria può essere compromessa, così come la coerenza del linguaggio; il cervello si assesta su un allarme continuo e certamente la concentrazione risulta più difficile in queste condizioni. L’apprendimento è compromesso, può sembrare che sia una mancanza di intelligenza, ma è un cervello che fatica a uscire dall’allarme e a dedicarsi ad altro. Ma sono soprattutto le idee che si sono formate su se stesse che vanno viste e portate alla luce: sono convinte ormai di essere persone che non hanno valore e che non meritano nulla. Le cose che si dicono sono: sono sporca, è colpa mia, e questo le lede alle radici. E’ un lungo lavoro, delicato, da cui io esco provata. Ma è attraverso un gruppo di questo tipo, che offre sostegno e permette di rispecchiarsi una nell’altra, che possono iniziare a guardare alla vita con occhi diversi.

Cristina Angelini
Psicoterapeuta

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