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Storica sentenza della Corte Suprema

E’ compito del governo nepalese garantire alle donne l’accesso a servizi per l’aborto sicuri e gratuiti e rimuovere gli ostacoli che hanno fin qui impedito la piena applicazione della legge del 2002. Lo afferma, in una sentenza resa pubblica oggi, la Corte suprema del paese asiatico, che rileva come la legge che regolamenta l’aborto sia ancora in buona parte inapplicata, a causa soprattutto dei costi proibitivi e della non sufficiente disponibilità di personale medico e paramedico adeguato. La Corte si è pronunciata in seguito alla petizione presentata nel 2006 dal Forum nepalese su donne, legge e sviluppo (FWLD) a proposito del caso di Lakshmi Dhikta, che aveva ottenuto il nulla osta all’aborto, ma poi ha dovuto portare avanti la gravidanza perché non era in grado di pagare il ticket richiesto, che ammontava a uno stipendio mensile medio, una somma del tutto al di fuori delle possibilità di Lakshmi, contadina poverissima. Per questo, la Corte ha ordinato al governo di istituire un fondo apposito per le donne più povere.
Il Center for Reproductive Rights, che ha divulgato la notizia definendola “una delle più importanti vittorie delle donne nepalesi negli ultimi dieci anni”, ricorda che in Nepal la mortalità materna e neonatale ha causato ogni anno 25 (venticinque) volte più perdite di vite umane delle vittime della violenza in ciascuno dei dieci anni di guerra civile che ha insanguinato il paese. Si stima che il 20 per cento della mortalità materna derivi da aborti insicuri e che l’80 per cento delle donne rurali non sappia neppure che l’aborto è oggi legale.
Sono alcuni dei motivi per i quali AIDOS sostiene il Centro per la salute delle donne di Kirtipur in Nepal.

 

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