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Hanna torna a casa
26 Settembre 2007

Di fistola si parla pochissimo, ma la vita delle donne che ne soffrono è un inferno: come si può guarire e come prevenirla

 

Hanna Moussa, 55 anni, nigerina, tiene sempre con se un pezzo di sapone, accuratamente incartato: è il regalo per suo nipote, per ringraziarlo di essersi preso cura della nonna che era stata allontanata dalla famiglia con l’accusa di portare mala sorte. Il motivo? Una fistola, che le provocava un’inarrestabile incontinenza urinaria. La fistola si produce quando un parto difficile va avanti per giorni senza intervento medico, il che è abbastanza frequente soprattutto tra le giovanissime e in paesi come il Niger dove solo il 16 per cento dei parti è assistito. Nella maggior parte dei casi, il bambino, che con un taglio cesareo vivrebbe benissimo, muore. Delle dieci gravidanze portate avanti da Hanna, otto sono finite così e per questo il marito l’ha ripudiata.
La migliore prevenzione della fistola è quindi il parto assistito, ma anche dopo che si è prodotta è possibile intervenire, con la chirurgia ricostruttiva: in entrambi i casi, il problema è la disponibilità di risorse per accedere al trattamento. Nel caso di Hanna, quel che le ha cambiato la vita è stato l’incontro con Dimol (“dignità” in lingua Peul), Ong impegnata proprio nella prevenzione e nel trattamento della fistola e sostenuta dal Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (UNFPA): ogni intervento costa circa 250 euro.
Per prevenire la fistola, molto comune in Niger a causa soprattutto dei matrimoni precoci, e per ridurre una mortalità materna tra le più alte del mondo (700 madri muoiono ogni 100.000 parti), dal 2006 il taglio cesareo è gratuito in tutto il paese: per le donne che possono raggiungere un ospedale, certo, perché il problema non è solo medico. Per prevenire, come per curare, l‘approccio psicosociale è infatti indispensabile e molte delle donne operate diventano poi testimoni e promotrici di salute nel loro villaggio e in quelli vicini.