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22 marzo 2007 - Disegnare i sogni
Kolkata, 26 maggio - Tessendo reti
Dar es Salaam, 20 giugno 2007 - Diario minimo
Gaza, 27 settembre 2007 - Basta spose bambine
Makala ottobre 2007 - Microimpresa, un modello
Washington, 19 marzo 2008 - Violenza sulle donne, è vera emergenza
Barquisimeto, 13 giugno - Al telefono con Gaza
Roma, 13 gennaio 2009 - A Gaza rifioriranno le rose
Bureij, 4 febbraio 2009 - Simboli della vita scolpiti nell'anima
Burkina Faso - Tessitrici di sogni
Nepal
Diario minimo
Gaza, 27 settembre 2007
Mi interrogo: forse ho il recondito bisogno di chiedere scusa davvero.
Ieri ci e' presa la pigrizia, con Claudia avevamo deciso di andare a mangiare in centro, nel locale che fa il più buon kebab di tutta Gaza. Sappiamo anche dove si mangia il miglior gelato, dove si beve il più buon caffè, dove si gode la più suggestiva vista del mare sorbendosi un tè. La sensazione nel nostro albergo è di "irrealtà'": terrazzo vista mare, dove mattina e sera si gode di un'ombra ventilata che facilita e favorisce il lavoro, il riposo, la lettura, la scrittura. Piano-ristorante all'aperto sul mare dove trascorriamo molto tempo tra colazione, spuntini, eventuali pranzi, cene. Ogni sera accompagnano le nostre cene gli avventori locali: gente di alto rango, giovani leoni o coppie mature moderne e sorridenti, come nelle migliori pubblicità.
Faccio un po' di fatica ad integrare le mie risposte emozionali alle notizie della TV e delle donne del Centro della Salute dove lavoriamo e il benessere esibito nel terrapieno terrazzato sul mare di fronte alle nostrecamere. Faccio un po' fatica.
Qualche giorno fa si è avvicinato per parlare un po' con noi l'addetto alla reception. Ha una laurea in farmacia (ma è difficile-impossibile trovare il suo lavoro qui), una moglie che insegna e 4 figli. Ci ha detto: è difficile con i miei bambini che fanno domande quando sentono colpi di arma da fuoco, cadere ed esplodere razzi, dare delle risposte; chi sarà stato stavolta, e perché? E' come vivere in una nave, in mare aperto, senza capitano, senza nessuno che la governi. E' difficile, ci dice con un sorriso lieve e gentile.
Da quando sono qui mi scopro ogni volta a dire "sorry" invece di "excuse me", me lo ha fatto notare anche Claudia. Le dico: lo so, me ne rendo conto ogni volta quanto e' troppo tardi, cioè appena l'ho finito di dire. Non ho mai fatto questo errore, davvero. Mi interrogo: forse ho il recondito bisogno di chiedere scusa davvero.
Scusate il nostro benessere.
Scusate la nostra indifferenza.
Scusate la nostra superficialità.
Scusate il nostro cinismo.
Scusate la nostra esistenza che si ostina a non considerarvi fratelli e sorelle con pari diritti sotto la volta di questo unico cielo.
Scusateci tutti, davvero.
Riflessione conclusa: deve essere questo, tutto questo, davvero.
Saluti a tutti, Liliana
25 settembre
Oggi è martedì e siamo al Centro (nota: intitolato al Libero pensiero bello, troppo bello) ormai da una settimana piena. Abbiamo trascorso il primo fine settimana a sistemare cose, programmare le attività per tutti gli altri dieci giorni di lavoro al centro. Dopo essersi sciolte in sorrisi e risate alla fine della prima giornata ci hanno ri-accolto dopo il nostro primo fine-settimana a Gaza (giovedì e venerdì) con baci e grandi abbracci, tutte si sono preoccupate di come avessimo trascorso i due giorni liberi e molte di loro si sono dette dispiaciute di non aver avuto la prontezza di chiederci il numero di telefono per invitarci a fare qualcosa con loro.
Intanto noi siamo andate ad una riunione sulla sicurezza presso la sede delle Nazioni Unite, abbiamo visitato la sede a Gaza di una Ong italiana ove ci hanno fornito di una mappa di tutta la Striscia di Gaza: finalmente mi oriento. 1.789 sono i passi che dal check point israeliano (frontiera di Eretz) uniscono ( o forse è meglio dire separano) la frontiera palestinese. 1789 passi.
Al rientro al Centro, una domanda: cosa è successo? Avevamo infatti saputo di una incursione degli israeliani Dicono: qui tutto bene, solo che nella pausa alcune di noi devono andare a fare visita a due delle famiglie dei 4 morti, però tornano appena possibile.
20 settembre
Siamo qua da tre giorni Claudia ed io e... siamo state poste davanti a delle micro-sorprese continue. Preparate dalla nostra Ong alle possibili lungaggini del controllo israeliano, sia in aeroporto sia alla frontiera di Eretz (che conduce alla striscia di Gaza), pronte a ore di attesa e a rispondere alle tante domande del personale della sicurezza, siamo rimaste basite dal fatto che tutto si sia svolto in tempi rapidi. In 10/15 minuti hanno controllato i nostri passaporti e, dopo una serie di semplici domande (chi siete, dove andrete, che rapporto c'è tra voi, dove lavorerete qui, dove lavorate in Italia) via: siamo passate.
Davanti all’aeroporto di Tel Aviv incontriamo il nostro tassista, il quale - prima di partire - dopo averci chiesto dove dovessimo andare, si fa il segno della croce... ci chiediamo ridendo: che vorrà dire? Non pago, appena giunti ad Eretz (destinazione per lui, non per noi), punto di passaggio tra Israele e Striscia di Gaza, ci chiede se per noi fosse la prima volta che entravamo a Gaza, ci chiede che ci dobbiamo fare e, dopo la nostra risposta, sbotta in una risata prolungata e vagamente sardonica...
Giungiamo davanti al primo posto di blocco israeliano di questa frontiera e la ragazza addetta (giovane e bella come un'attrice dalla faccia americana), dopo averci chiesto: siete giornaliste? Cosa farete a Gaza? Avete armi? Ci lascia passare...
Attraversiamo così la terra di nessuno, ossia quella fascia di sicurezza che separa la frontiera israeliana da quella palestinese. L'una pulita, algida, organizzata, di una geometria ossessiva; l'altra morbida per le ondulazioni arabesche del "tetto" che protegge il passaggio degli uomini dal sole (forse pioggia?), caotica, vociante, disordinata, con posti di guardia inesistenti...Di questo spazio vorrò contare i passi, è un pensiero che mi accompagna e un po’ mi ossessiona da quando sono arrivata: quanti passi misura la no man's land? Già da qui si intravede il famoso muro che gli israeliani stanno man mano ergendo per difendersi dalle incursioni palestinesi.
Lo scenario che si apre ai nostri occhi, superata la terra di nessuno (dovrò contare i passi) è di catastrofe che dura da anni e che centellina con inesorabile spietatezza i propri atti, senza possibilità di recupero, di riparazione, di rimarginazione delle ferite inferte a cose, persone, case, anime. E' tutto desolante, senza possibilità di consolazione. Mentre avanziamo con il nostro taxi che quasi caracolla in queste strade malferme, guardandoci intorno io e Claudia pensiamo lo stesso preoccupato pensiero: ma come sarà il nostro albergo? E' di stile moresco, la mia stanza è grande come il monolocale in cui vivo, si affaccia sul mare...
Il primo giorno di lavoro è stato molto soddisfacente. Anche qua, preparate al peggio (sono operatrici che soffrono i lutti quotidiani altrui e quelli propri, sono di solito accoglienti ma adesso - probabilmente depresse - potrebbero non accogliervi secondo le loro abitudini: amabilmente).
All'inizio i loro volti sono fissi: sono donne pragmatiche, delicate e assertive insieme, sicuramente decise e bisognose, molto bisognose, consapevoli dei loro bisogni, sicuramente molto provate. Dall'associazione ci era stato detto: di solito fanno tante pause, questo centro è attrezzato con una piccola cucina, offrono tè, caffè, dolcetti ecc.. Niente di tutto questo. Il break è solo uno, ed è solo nostro: nel periodo del Ramadan loro non bevono neppure l'acqua... per tutto il giorno. Con lo scorrere delle ore i loro volti si aprono a brevi sorrisi, timide risate e, finalmente, a scherzi e lazzi tra di loro... tutto bene dunque, ci hanno accolto.
Solo la sera in albergo qualcuno ci informa che gli israeliani hanno programmato delle incursioni a Gaza, oggi scopriamo che sono stati nel campo profughi dove noi ieri abbiamo lavorato (Bureij Camp). Chissà domani come staranno loro... Per ora credo che la cosa più pericolosa per noi sia stata andare in giro in auto. Da queste parti c'è una continua ridefinizione delle regole di guida, ad ogni incrocio o imbottigliamento di automobili si decide "chi fa cosa", ogni punto è una negoziazione continua, in un bailamme di clacson, discussioni, e forse sacramenti... ma è solo una mia ipotesi, non capisco l'arabo...
...alla prossima...
Liliana