Dall’Etiopia il racconto di Cristiano Gavarini sulla formazione alle donne etiopi sul Color Accounting. Cosa è? Cosa hanno imparato le partecipanti durante la formazione?
Il progetto per l’empowerment economico delle donne ci vede fornire assistenza tecnica ai partner etiopi sull’approccio di genere e l’approccio integrato alla creazione d’impresa.

RACCONTO DAL CAMPO

“Vorremmo darti qualche suggerimento e informazione sulle donne che parteciperanno al workshop. Hanno un basso livello di alfabetizzazione e gestiscono piccole attività imprenditoriali. Le domande contenute nel test potrebbero non essere adeguate alle loro capacità. Non dispongono di conoscenze contabili tali e potrebbero fare molta confusione.”

Traduzione: “abbassiamo gli obiettivi formativi del corso e facciamo domande più semplici…” Ho risposto a questo messaggio ringraziando per il suggerimento, ma ho mantenuto lo standard applicato dal Color Accounting poiché fiducioso del metodo e dei contenuti appresi dai/dalle partecipanti alla fine di ogni corso, già sperimentato da me in diversi paesi nel mondo. Ho quindi recentemente avuto l’opportunità di condurre un corso di formazione in Etiopia, ad Addis Abeba, per AIDOS – Associazione italiana donne per lo sviluppo (che lavora da oltre trentacinque anni, per promuovere e difendere i diritti, la dignità e la libertà di scelta di donne e ragazze) nell’ambito del progetto di sviluppo imprenditoriale e promozione delle opportunità di impiego “ Ponti”, finanziato dal Ministero degli Interni e realizzato da un consorzio di Ong con ARCS capofila. Solitamente, per valutare il livello di conoscenze di chi partecipa, chiedo di compilare un breve test; in questo caso ho dovuto inoltrare le domande qualche giorno prima della partenza all’associazione WISE (Women In Self Employment), partner del progetto, incaricata dell’individuazione delle cinquanta partecipanti al training fra le sue oltre 80 mila socie, per farlo tradurre in amarico, poiché le partecipanti selezionate non parlavano inglese.

Con un po’ di perplessità da parte loro il test è stato alla fine tradotto nella lingua locale… la formazione ha inizio…

Ma facciamo un passo indietro… cos’è il Color Accounting?

È un metodo di insegnamento dei fondamenti d’impresa e della contabilità per non addetti ai lavori. Al posto del tradizionale approccio logico-matematico si utilizza un metodo grafico-visuale basato sui colori, che rende il tutto intuitivo e facile da comunicare, anche per chi ha un basso livello di scolarizzazione o è analfabeta. Il tradizionale sistema dei lati sinistro-destro (o dare-avere) alla base della contabilità, è un’astrazione non intuitiva per il cervello umano e richiede molta pratica. Non è un caso che i bambini e le bambine, a cinque o sei anni, ancora possano confondere il “3” con la “E” ma, ancora piccolissimi, sappiano riconoscere il verde, il rosso o il giallo. Da questa semplice constatazione è stato sviluppato il metodo Color Accounting.

Non ci sono powerpoint o dispense da studiare: il modello prende forma davanti agli occhi delle partecipanti partendo da un foglio bianco, a rappresentare anche il fatto che non servono conoscenze particolari o studi specifici per appropriarsi della logica alla base della contabilità. Tutto nasce da alcune domande che vengono rivolte alla classe, agevolando le persone nel tirare fuori concetti e facendoli materializzare sul foglio bianco. I contributi dell’aula vengono così strutturati secondo una logica che ripulisce la contabilità da tutti i suoi tecnicismi per lasciare sul foglio la nuda essenza della materia e farne così capire ed apprezzare il valore. Si inizia molto piano perché le fondamenta sono la parte più importante della conoscenza, e per questo non si dà nulla per scontato. Color Accounting crea uno storytelling realistico, una verosimile storia di business in cui le partecipanti, in questo caso piccole imprenditrici, hanno potuto identificarsi fin da subito e comprendere le logiche aziendali trattando argomenti come leva debitoria, profitto e liquidità, redditività e margine di contribuzione lordo, break-even, cash-flow e gestione dei crediti.

Ecco allora la personale soddisfazione nel vedere il coinvolgimento di persone come Hana, vedova con due figli (che tra una poppata e l’altra ascoltava la sessione formativa) e produttrice di strada di somboza (snack di patate ripieni e fritti, che noi in modo cool chiameremmo street food), fin da subito immersa nello storytelling, a seguire i ragionamenti, alzare la mano ogni volta che le cose non le tornavano (“se le patate sono in magazzino e quindi parte dell’attivo, perché non lo è l’olio per cucinarle, che sta nello stesso magazzino”?) e contribuire attivamente alla discussione. Asnaketch, sarta della periferia di Addis, che non condividendo il fatto che una lavoratrice o un lavoratore non è parte dell’attivo di un’impresa, insisteva: “chi lavora produce, crea valore, lo si paga tutti i mesi… perché non è un valore, un asset, un attivo insomma?” Un meraviglioso botta e risposta in cui rispondo: “non lo puoi misurare (qual è il valore di un essere umano? Il suo stipendio?), non lo puoi controllare (un lavoratore o lavoratrice non è una friggitrice che puoi comprare, spostare, vendere o buttare), giusto in un sistema di schiavitù gli esseri umani sono considerati una proprietà controllabile…” chioso io tra il serio e il faceto. “Quindi i lavoratori non sono mai parte dell’attivo”? incalza lei… “Bè, tecnicamente c’è un settore dove in contabilità alcuni specifici lavoratori sono parte dello stato patrimoniale attivo… sai quale? Il calcio. Lì i giocatori vengono detenuti da imprese che ne dispongono come se fossero dei beni, di cui possono comprare, prestare o vendere secondo un prezzo prestabilito il diritto di utilizzo…”. “Quindi – riprende Asnaketch – il calcio è un sistema che accetta la schiavitù?”; “Contabilmente… sì” rispondo io… “schiavi molto ben pagati!” chiude Asnaketch.

L’ Etiopia è il paese più popolato dell’Africa con 2 milioni di persone in cerca di occupazione ogni anno e un alto tasso di migrazione interna, in particolare verso Addis Abeba, dove però mancano prospettive di impiego. Nel Tigray, una delle aree di intervento del progetto, difficoltà di vario genere spingono molte persone a emigrare in Europa o nei Paesi del Golfo. Il progetto vuole affrontare le cause alla radice delle migrazioni, promuovendo l’occupazione delle donne e delle giovani generazioni e la valorizzazione del ruolo delle diaspore nello sviluppo dei Paesi d’origine.
Persone come Hana ed Asnaketch hanno dimostrato fin dall’inizio del corso di voler mettere a frutto il tempo a loro disposizione per comprendere meglio il funzionamento del loro business, le fondamenta sulle quali si basa la gestione d’impresa, i principali driver della redditività e le minacce economiche e finanziarie che mettono a rischio l’impresa. Vederle coinvolte nella discussione mentre in braccio o sulla schiena tenevano figli o figlie, li allattavano o li portavano fuori dall’aula per non disturbare le altre, tenendo però un orecchio vicino alla porta per non perdere comunque il filo del discorso, era a dir poco ammirevole. Ho una foto di una partecipante intenta nella compilazione del test finale che avendo un neonato con sé (cosa che non aveva certo agevolato la serena partecipazione della madre al corso), ha compilato il test in piedi passeggiando nel corridoio per poterlo contemporaneamente addormentare.

E quindi come è andato quel famoso test, su cui erano state inizialmente espresse tante perplessità? Ebbene, se prima del corso, su 10 domande proposte le partecipanti avevano mediamente risposto correttamente a 1 domanda, alla fine della giornata e mezza di corso le risposte corrette erano ben 7.

Al mio rientro in Italia, da WISE mi hanno scritto via e-mail: “Il tuo metodo d’insegnamento è stato davvero facile da capire. La formazione ci è piaciuta tantissimo […]. La cosa del dare e avere ce l’ho ancora in testa e non la dimenticherò facilmente […]”. Una bella soddisfazione!

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